martedì 27 settembre 2011

Il caso Islanda e la tirannia speculatrice

Bandiera islandese - Foto: www.valori.it
Mentre assistiamo impotenti al disastro economico greco e restiamo perplessi alla manovra finanziaria del nostro governo, c’è una nazione in Europa che per risolvere la peggiore crisi di bilancio mai affrontata prima, ha voluto riappropriarsi dei propri diritti abiurando il vecchio sistema monetario che l’aveva messa in ginocchio. Questa nazione è l’Islanda. Il paese nordico, adottando 15 anni fa il modello economico neoliberista, ottenne rapidamente un’intensa crescita, la quale però si sarebbe trasformata in poco tempo in un’autentica catastrofe. Nel 2003 tutte le banche islandesi erano state privatizzate e attirarono grossi capitali stranieri applicando bassi costi di gestione e alti tassi d’interesse. Ciò fece aumentare gli investimenti ma anche il debito verso i risparmiatori esteri. Il culmine venne raggiunto nel 2008 al punto che l’Islanda venne dichiarata in bancarotta. Il governo socialdemocratico chiese aiuto al FMI ma il prestito accordato non fece diminuire il malcontento della popolazione, la quale all’inizio del 2009 portò le autorità alle dimissioni. Ad aprile, il nuovo governo di sinistra per uscire dalla crisi, accettò la proposta dell’UE e del FMI di “spalmare” il debito su tutta la cittadinanza, ma in seguito ad altre numerose proteste questa legge non venne ratificata. Dalla parte del popolo si affermò che non era giusto far pagare ad esso gli errori dei banchieri, finanzieri e politici corrotti. Nonostante le minacce dall’estero di ritorsioni economiche, a marzo 2010, venne indetto un referendum che permise alla gente di esprimersi e fu vinto da chi sosteneva che il debito non doveva essere pagato dai cittadini. Inoltre il governo, indagando su chi avesse portato il paese al crollo finanziario, non solo emise mandati d’arresto per banchieri e politici responsabili, ma creò una nuova costituzione che levava il paese dalle mani degli speculatori. L’Islanda si sta riprendendo dalla crisi senza nessun nuovo indebitamento con la BCE e col FMI, senza nessuna svendita delle aziende private e del patrimonio demaniale, ma bensì con la riappropriazione dei cittadini del loro diritto alla sovranità monetaria. Oggi per la risoluzione di un caso simile ci propongono esattamente il contrario (vedi la Grecia o l’Italia). Invece, proprio seguendo l’esempio islandese, è necessario che un popolo per prosperare e per essere davvero libero deve affrancarsi dal giogo del signoraggio bancario che fa soltanto la fortuna di pochi parassiti.

Da SARDEGNA QUOTIDIANO di martedì 27 settembre 2011, pag. 5
Autore: Andrea Faedda

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