domenica 30 ottobre 2011

La Somalia e quei "Pirati Guardacoste"

Foto: www.ilsole24ore.com
Dal 1991, dopo la caduta del Generale Siad Barre, in Somalia non c’è stabilità politica e ancora oggi perdura la guerra civile. Data l’anarchia del Paese, iniziarono ad avvistarsi al suo orizzonte delle navi misteriose che si sbarazzavano di giganteschi bidoni nell’oceano. La popolazione ha iniziato ad ammalarsi, a morire e ci furono danni pure per gli animali e la vegetazione. Con lo tsunami del 2004 vennero scoperti centinaia di quei barili, perché come ha confermato Nick Nuttall (portavoce del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite), essi si riversarono sulle spiagge ed il loro contenuto costò la vita ancora a centinaia di persone e devastò maggiormente l’ambiente. Ahmedou Ould-Abdallah (inviato Onu in Somalia) ha dichiarato a varie agenzie che gli occidentali e gli asiatici hanno approfittato della crisi del Corno d’Africa per scaricare rifiuti tossici e nucleari sui suoi fondali marini. Ci sono infatti scorie d’uranio, piombo, cadmio e mercurio provenienti da imprese che per disfarsene si servono della mafia e corrompono i ministri del fragilissimo governo federale di transizione somalo. Questo va a scontrarsi con l’apatia di tutti i governi firmatari (UE e altri 168 Paesi) dell’accordo di Basilea (in vigore dal ‘92) sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento. Ould-Abdallah spiega inoltre che se un’area della costa somala (lunga 3mila km) viene riempita di materiale radioattivo, un’altra (ovviamente più distante) viene depredata del suo pesce (risorsa principale del Paese). Grandi pescherecci rubano ogni anno quantità ingenti di frutti di mare entrando illegalmente nei mari non protetti della Somalia, mettendo a rischio la presenza di pesce in quella zona. Ecco il quadro nel quale sono sorti i presunti “pirati” somali o come si definiscono loro nel sito web Wardher News: Guardacoste Volontari. Il sito riporta che la maggioranza della popolazione si schiera con la pirateria come forma di difesa nazionale e i riscatti richiesti per le persone e le navi sequestrate, servono come risarcimento per i danni causati dai rifiuti e per la razzia del loro pesce che dura ormai da 20 anni. Il loro agire è chiaramente intollerabile, ma è tollerabile invece quel che questa gente subisce? La comunità internazionale anziché approvare solo le risoluzioni Onu del 2008 contro la pirateria, non dovrebbe anche prendersi le proprie responsabilità sulle attività illegali che l’hanno causata? 

Da SARDEGNA QUOTIDIANO di domenica 30 Ottobre 2011, pag. 4
Autore: Andrea Faedda  

giovedì 13 ottobre 2011

Grecia, prove di moneta alternativa

Foto: www.iconicon.it
In Grecia, e precisamente a Volos (cittadina con poco più di 140 mila abitanti per 386 kmq), la popolazione per fronteggiare la crisi economica e scambiarsi beni e servizi, sta sperimentando un nuovo espediente: l’utilizzo di una nuova moneta detta Unità Locale Alternativa (o TEM in greco). La rete d’impiego della nuova valuta è cresciuta tantissimo nell’ultimo anno ed è passata da 50 a 400 membri e il co-fondatore del TEM, Theodoros Mavridis, un elettricista disoccupato, si dimostra molto entusiasta della crescita di questa iniziativa affermando che essa un domani potrebbe davvero essere una soluzione valida in modo definitivo per fermare la recessione. Quello di Volos però non è l’unico network che ha adoperato questo metodo: George Stathakis (professore di economica politica dell’Università di Creta) ha dichiarato che da quando c’è stata la crisi, in Grecia è esplosa un pò dappertutto la nascita di questi nuclei che provvedono al fabbisogno del popolo, ideando novità per dare una svolta radicale al difficile scenario economico. Persino il governo greco ne ha preso atto: recentemente infatti, il Parlamento ha approvato una legge che favorisce la realizzazione di “forme alternative di imprenditorialità e sviluppo locale” comprese le reti basate sullo scambio di beni e servizi con status di no-profit. A Volos, si ritiene che l’ispirazione alla formazione del gruppo sia nata principalmente da un bisogno di solidarietà fra tutti i cittadini piuttosto che da un’esigenza politica per l’uscita della Grecia dall’eurozona. Per diventare membri di questo network bisogna iscriversi online ed ogni iscritto avrà il suo conto che partirà da zero ma potrà accumulare crediti offrendo beni e servizi. Una unità della nuova valuta è uguale ad un euro e può essere impiegata per le transazioni commerciali. I soci ricevono anche dei libretti che sono simili a buoni regalo e possono essere considerati proprio come assegni; inoltre si può accettare il TEM anche come buono sconto sul prezzo in euro. Il gruppo ha anche un mercato mensile all’aperto ed i beni provengono da produttori locali coinvolti nel progetto. Il sindaco di Volos, Panos Skotiniotis, ha detto che la città segue lo sviluppo del piano con interesse perché è di sostegno a tutti. Pian piano dunque, sembra così spuntare una nuova alba in Grecia, dove il rigore politico imposto, ha portato la gente ad unirsi non solo per protestare ma anche per aiutarsi l’un con l’altro. È  l’inizio del prossimo futuro?

Da SARDEGNA QUOTIDIANO di giovedì 13 ottobre 2011, pag. 4
Autore: Andrea Faedda

lunedì 10 ottobre 2011

La Libia, il Raìs e le scomode verità taciute

Muammar Gheddafi - Foto: www.ilfattaccio.org
Molto probabilmente l’attuale guerra contro la Libia, come è stato dichiarato da Lucio Caracciolo sulla rivista Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione” perché piena di menzogne e omissioni e sembra proprio che siano ben altre le giustificazioni all’intervento, nonostante la Nato parli di azioni a “tutela del popolo libico”. A febbraio scorso la tv saudita Al Arabiya affermava che l’esercito del raìs per annientare i ribelli contrari al regime, avesse bombardato indistintamente la popolazione causando 10 mila morti e menzionò persino la presenza di una fossa comune. Il messaggio fu lanciato da un certo Sayed Al Shanuka “presunto” rappresentante libico della Corte Penale Internazionale. La notizia è la chiave essenziale per il via alle operazioni. Stranamente però non viene data importanza alla smentita da parte dello stesso Tribunale Internazionale che dichiara proprio Al Shanuka né loro membro o consulente. Dunque se la fonte era sbagliata, prima d’iniziare le ostilità nei confronti della Libia, sarebbe stato legittimo provare l’attendibilità del comunicato. Del resto è ciò che chiedeva lo stesso governo libico: l’invio nel loro Paese di una missione (mai attuata) di verifica Onu. Per quanto riguarda i bombardamenti sulla popolazione, secondo le testimonianze di migranti e di alcuni inviati, sulle città non c’era segno di distruzione e a conferma di questo non fu rilevato nulla neppure dai satelliti russi che monitoravano gli avvenimenti. E la fossa comune? Non era altro che il vecchio cimitero di Sidi Hamed vicino al mare. Dopo queste e altre contraddizioni le manovre sono proseguite comunque e a nulla sono valse le diverse proposte negoziali dell’Unione Africana e di altri governi. Come mai? In Libia (non indebitata con la Banca Mondiale e col Fmi, ma anzi primo azionista di Unicredit) ci sono varie risorse d’ingente quantità di greggio, di gas e d’acqua dolce. Inoltre Gheddafi divenne più scomodo dopo che promosse l’adozione del dinaro d’oro (valuta di proprietà del portatore anziché di banche private) per le transazioni nel mondo arabo. Rovesciare il raìs significava impadronirsi dell’economia libica. Il raggiungimento rapido di ciò poteva attuarsi solo con un intervento militare che chiamare umanitario è ridicolo: le stragi di civili e gli atti di distruzione degli impianti di beni di prima necessità, di certo non tutelano ma annientano i cittadini libici. 

Da SARDEGNA QUOTIDIANO di lunedì 10 ottobre 2011, pag. 4
Autore: Andrea Faedda