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Dal
1991, dopo la caduta del Generale Siad Barre, in Somalia non c’è stabilità
politica e ancora oggi perdura la guerra civile. Data l’anarchia del Paese, iniziarono
ad avvistarsi al suo orizzonte delle navi misteriose che si sbarazzavano di
giganteschi bidoni nell’oceano. La popolazione ha iniziato ad ammalarsi, a
morire e ci furono danni pure per gli animali e la vegetazione. Con lo tsunami
del 2004 vennero scoperti centinaia di quei barili, perché come ha confermato
Nick Nuttall (portavoce del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite), essi
si riversarono sulle spiagge ed il loro contenuto costò la vita ancora a
centinaia di persone e devastò maggiormente l’ambiente. Ahmedou Ould-Abdallah
(inviato Onu in Somalia) ha dichiarato a varie agenzie che gli occidentali e
gli asiatici hanno approfittato della crisi del Corno d’Africa per scaricare
rifiuti tossici e nucleari sui suoi fondali marini. Ci sono infatti scorie d’uranio,
piombo, cadmio e mercurio provenienti da imprese che per disfarsene si servono
della mafia e corrompono i ministri del fragilissimo governo federale di
transizione somalo. Questo va a scontrarsi con l’apatia di tutti i governi
firmatari (UE e altri 168 Paesi) dell’accordo di Basilea (in vigore dal ‘92) sul
controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro
smaltimento. Ould-Abdallah spiega inoltre che se un’area della costa somala
(lunga 3mila km) viene riempita di materiale radioattivo, un’altra (ovviamente
più distante) viene depredata del suo pesce (risorsa principale del Paese).
Grandi pescherecci rubano ogni anno quantità ingenti di frutti di mare entrando
illegalmente nei mari non protetti della Somalia, mettendo a rischio la
presenza di pesce in quella zona. Ecco il quadro nel quale sono sorti i presunti
“pirati” somali o come si definiscono loro nel sito web Wardher News:
Guardacoste Volontari. Il sito riporta che la maggioranza della popolazione si
schiera con la pirateria come forma di difesa nazionale e i riscatti richiesti
per le persone e le navi sequestrate, servono come risarcimento per i danni
causati dai rifiuti e per la razzia del loro pesce che dura ormai da 20 anni. Il
loro agire è chiaramente intollerabile, ma è tollerabile invece quel che questa
gente subisce? La comunità internazionale anziché approvare solo le risoluzioni
Onu del 2008 contro la pirateria, non dovrebbe anche prendersi le proprie responsabilità
sulle attività illegali che l’hanno causata?
Da SARDEGNA QUOTIDIANO di domenica
30 Ottobre 2011, pag. 4
Autore: Andrea Faedda